La Cucchiara: una famiglia siciliana

Ada Zapperi Zucker, La Cucchiara: una famiglia siciliana, Verla ohne Geld e.K., München, 2015, 169 p.

Ada Zapperi Zucker: è nata a Catania. A Roma ha iniziato gli studi di canto e pianoforte per poi concluderli alla Musikhoschule di Vienna. Nello stesso tempo ha collaborato per il Dizionario Biografico degli italiani dell’Istituto Treccani, all’Enciclopedia dello Spettacolo e all’Enciclopedia Universo De Agostini. Cantante lirica ha svolto la sua attività prevalentemente all’estero. Insegna canto in Germania e in Sudtirolo. Con Gotthard Bonell ha studiato pittura.

Indice

Prefazione di Orazio Maria Valastro I-X
I tre matrimoni della Cucchiara p. 1
D’ignoti parenti p. 41
Agata p. 53
Tre ragazze da marito p. 79
Un matrimonio combinato p. 101
Violenza legalizzata p. 129
Delitto passionale p. 149
La bella Elena p. 159

Prefazione: Incontro con la scrittura al femminile

Di Orazio Maria Valastro

 «Penso che la lettura sia un bell’esercizio anche di meditazione, anche sugli altri, perché è importante saper leggere gli altri. Guai se i miei lettori ragionassero come me, non mi leggerebbero proprio.» (Antenate bestie da manicomio, Alda Merini)

Ho fatto conoscenza con la scrittrice Ada Zapperi Zucker nel corso della prima edizione di Thrinakìa, il concorso internazionale di scritture autobiografiche dedicate alla Sicilia che ho avuto la soddisfazione di ideare e avviare nel 2012. L’appagamento più grande, dedicandomi con passione al progetto culturale promosso dall’Organizzazione di volontariato Le Stelle in Tasca, è stato suscitato dall’incontro con le persone che hanno partecipato al concorso. Un’esperienza straordinaria ed entusiasmante, condivisa con tutte le autrici e gli autori finalisti che si sono ritrovati in Sicilia, nella città di Catania, nel mese di dicembre del 2013. Mi piace pensare che l’incontro con Ada Zapperi Zucker sia stato un incontro predestinato, non un incontro causale, e che la considerazione e la fiducia che lei ha riposto fin dal primo momento in Thrinakìa, siano state un ulteriore segnale disposto su un cammino comune in sintonia con i valori etici della persona, della comunità, e della scrittura. La sua presenza ha contribuito sentitamente a celebrare insieme un elogio all’arte della scrittura, quell’arte che le più antiche culture e civiltà hanno considerato un dono divino, elogiata da un anonimo scriba sumero nell’introduzione ad un antichissimo documento, citato dallo studioso Alf Sjöberg: «colui che l’ha appresa avrà il mondo in mano (…) essa ti riempirà di ricchezza e abbondanza». L’incontro con Ada Zapperi Zucker è stato l’incontro con la sua scrittura, con quell’autrice che trasformata dalla sua stessa scrittura, come amava sostenere il poeta Paul Valéry nelle sue Œuvres, ci permette di fare l’esperienza del flusso dell’esistenza che prende forma in un mondo da riconoscere e comprendere, un mondo creato ed evocato che ci viene offerto come un prezioso patrimonio.

I tre matrimoni della Cucchiara è il titolo del testo che abbiamo ricevuto e apprezzato, sollecitandoci a considerare e anticipare, premiandolo con una menzione di merito fra le opere ammesse fuori concorso, una sezione dedicata espressamente alle biografie, le storie di vita di persone vissute in Sicilia. Era l’espressione più rilevante di un progetto di scrittura, ancora non realizzato, che questo libro affida infine alla nostra lettura. La Cucchiara, donna Ciccia, è una figura dominante nella famiglia dell’autrice, e sovrasta i racconti che compongono un’opera di edificazione e approfondimento della storia di una famiglia siciliana, ergendosi come «un archetipo femminile dal quale discendiamo noi tutte, donne del XX secolo, che lo si voglia o no». Condivido totalmente le parole dell’autrice, riferite allo scambio epistolare  di questi ultimi mesi sul suo lavoro di scrittura, e sono partecipe dei suoi pensieri e considerazioni. In riferimento alla molteplicità di generi e forme di espressione letteraria, questo libro è un’opera alla frontiera tra l’autobiografia, la biografia e il romanzo familiare. Il patto con i lettori, su cui si fonda ogni genere di scrittura, è costruito sulla figura della Cucchiara in uno spazio estetico nel quale sono narrate le vite di persone che divengono dei personaggi, e che rappresentano l’esperienza di una umanità collocata in un preciso momento storico, a cavallo tra la fine del diciottesimo secolo e l’inizio del ventesimo secolo. Parafrasando Philippe Lejeune, studioso e specialista di scrittura autobiografica, la vita è ricostruita alla luce dell’opera che la rende comprensibile, e la vita delle famiglie siciliane che qui sono raccontate, è decifrata attraverso il testo narrativo, la tessitura della trama del textus illuminata e resa accessibile dall’immagine simbolica della Cucchiara. Quell’immagine simbolica che nell’espressione del sacro è il centro attorno al quale gravita la realtà, come precisa lo storico delle religioni Julien Ries. La realtà che qui è messa in movimento dalla scrittura, viene rappresentata da una figura femminile situata, proseguendo nell’ascolto delle parole di Ada Zapperi Zucker, «nella parte più profonda di me, e potrei dire, nella parte più primitiva, forse istintuale, che cova in tutti noi», e verso la quale ci possiamo identificare in quanto «ci portiamo tutti una Cucchiara dentro e non ne siamo coscienti».

Quando, l’autrice, diventa essa stessa consapevole della valenza di questa presenza? Soffrendo a causa di una grave malattia decise, venti anni fa, di intraprendere un viaggio a Catania, dopo essersene allontanata nel lontano 1952. «Scesa dall’aereo, sono stata travolta da un’emozione che non mi ha lasciato per tutto il tempo del mio soggiorno e anche dopo. Allora ho ripreso a scrivere, dopo una lunghissima pausa. Il mio primo racconto é stato appunto sulla Cucchiara! Nel corso di tutti questi anni non riesco più a contare le volte in cui l’ho riscritto. È una storia che mi segue dalla prima infanzia fino ad oggi.» Nei precedenti romanzi e racconti dell’autrice, ambientati lontano dalla Sicilia, Teatro di ombre si svolge ad esempio a Lemberg, l’attuale Lviv in Ucraina, c’è sempre un frammento della storia della sua famiglia. L’oblio in cui rischiava di annullarsi la presenza della Cucchiara, va riscattato dalla scrittura in una società dove la storia dal basso è oscurata dalla storia elitaria, per dirla con le parole del sociologo Franco Ferrarotti, dove l’esperienza umana nel suo molteplice farsi non riesce a trasformarsi nella storia di tutti. La Cucchiara è in questo senso il simbolo della reminiscenza che attribuisce alla scrittura il potere di Mnemosyne, nella sua funzione mitica, riconosciuta dallo storico e antropologo Jean-Pierre Vernant. È fonte del segreto delle origini di una famiglia che totalizza nella sua esperienza anche il divenire di una società, demolendo la barriera che separa il passato dal presente per costruire un ponte, mettendoci in comunicazione con quell’energia drammatica tenuta in vita dal racconto mitizzato e tramandato fin dalla primissima infanzia, dove la storia negata fa ritorno nel mito, come rimarca l’etnologo e antropologo Marc Augé.

L’incontro con Ada Zapperi Zucker è stato l’incontro con la donna Cucchiara, la cui presenza aleggiava nella storia e nella vita della scrittrice. L’incontro dei lettori con Ada Zapperi Zucker sarà l’incontro con la scrittura al femminile, definita dalla scrittrice canadese France Théoret come il desiderio di reinventare la donna, quella donna che la narrazione cerca di ricreare con l’arte della scrittura. Ecco, allora, che l’impossibilità di una storia in prima persona sollecita una narrazione raffigurata lungo un percorso immaginato e immaginario, un percorso che esplora l’esperienza di vita e trasforma il vissuto in storia. Ricorrendo all’arte della scrittura per rappresentare il punto di vista interiore sul mondo dei personaggi, narrando la loro quotidianità che ci coinvolge in un contesto storico e sociale più ampio, si delinea l’esigenza di una ricerca di senso sollecitando una conoscenza archetipica e una coscienza universale. «La Cucchiara era una fonte inesauribile di saggezza antica, di pensieri che riassumevano tutte le esperienze umane, dalle sue origini (…). Si rifaceva, senza esserne cosciente, ai vecchi miti greci, ma anche a quelli preellenici, miti a loro volta nati dall’esperienza di milioni di esseri umani vissuti certo in altre condizioni sociali, ma con gli stessi istinti, le stesse necessità.» L’incontro con una scrittura al femminile è l’incontro con un corpo poetico, quello della Cucchiara, in uno spazio figurativo della comprensione di se stessi e del mondo che mette in dubbio le rappresentazioni degli uomini, sostenendo un ritmo di alternanza e unione di un tempo lineare e irreversibile e di un tempo eterno e cosmico, permettendoci di guardare con maggiore consapevolezza all’avventura della condizione umana e al dinamismo tragico dell’esistenza. «Il tempo, lo scorrere degli anni fissato in cifre, era secondo lei una pura invenzione degli uomini, una convenzione che tenta vanamente di misurare il moto perpetuo dell’universo usando come unico metro la vita umana, forse anche il moto dei pianeti e il susseguirsi delle stagioni; è un’illusione voler costringere la grandiosità dell’infinito entro limiti stabiliti soltanto dal continuo rinnovarsi e succedersi di vita e di morte, di estate e inverno; un abuso contro le leggi della natura che si rifiutano di riconoscere il tempo come un susseguirsi di anni e di secoli, senza inizio e senza fine: per lei il tempo era un’entità statica, inamovibile. La Cucchiara, come gli animali, aveva un senso arcaico, assai personale del tempo: solo presente senza futuro; per questo non temeva la morte, così come accettava il quotidiano in tutta la sua imponderabilità.»

Il comune denominatore con le altre figure femminili, con Agata la Cucchiaredda, ad esempio, in continuità con il corpo poetico della donna che ci situa al di fuori dell’esistenza ordinaria e della coscienza ordinaria dell’esistenza, è l’incontro con una scrittura radicata nell’esperienza quotidiana dei desideri e dei legami sociali, per trovare le parole che ci permetto di incontrare il mondo con la sua cruda verità. «Agata, detta la Cucchiaredda, non aveva pensato di sposarsi a quelle condizioni. Ma non aveva scelta. In fondo nella sua vita non aveva mai avuto scelte, un destino riservato a molte, o forse a tutte le donne della sua generazione; le decisioni venivano dall’alto, e in alto, nel caso suo, c’erano sempre stati i fratelli; lei non doveva fare altro che eseguire i loro ordini.» L’incontro con la scrittura al femminile ci scuote e ci rende attenti nei confronti di una violenza simbolica che sorregge una certa visione del mondo e delle relazioni umane, guardando con occhi disincantati la quotidianità vissuta e sperimentata da donne e uomini che non possono più raccontarci la loro storia. Nei rapporti diseguali di potere tra i generi, all’interno della struttura familiare, o nella presenza marginale delle donne nella struttura politica e sociale, è lì che si annida la violenza. La violenza domestica nei confronti di Sara ne è un esempio significativo. «Lui vuole ogni sera, ogni notte la stessa aggressione, la stessa violenza, da quasi quattro anni. Non ne posso più… e non lo fa per amore, no no, questo non è amore: mi vuole umiliare, distruggere, vuole solo farmi soffrire, farmi del male. Lui non sa neanche che cosa sia, l’amore. Se potesse, mi ucciderebbe, me lo ripete ogni notte… ma è troppo vigliacco per farlo, dice che non vuole finire in prigione per colpa mia!» Le antiche regole di buona condotta morale a fondamento dell’educazione delle donne, rimpiante da Don Gaetano Scalìa, definivano il modello di quella famiglia riproduttiva che Françoise Héritier, etnologa e antropologa, individua come tendenza della società occidentale a separare la gestione femminile delle attività riproduttive dalle funzioni produttive. «L’unico scopo, il solo compito di una donna è quello di servire l’uomo, mettere al mondo una mezza dozzina di figli, possibilmente maschi e starsene al posto suo, stabilito dalla tradizione e consacrato dalla Chiesa.»

Le donne di cui queste pagine narrano, ci rivelano tutta la problematicità delle relazioni di genere che anticipa la modernità affermando la propria differenza, in modo inconsapevole e istintivo, rispetto ad un mondo, quello degli uomini, del quale queste ultime ne sono estranee. Il corpo poetico della donna si sostanzializza nel desiderio di riscattare e liberare il corpo fisico della donna. «Essere padrona del proprio corpo, non subire violenza… il paradiso in terra, altro che volontà di Dio!» La figura della Cucchiara e quella di Agata la Cucchiaredda, rappresentano in modo emblematico questo rapporto di filiazione che riposa su nuove categorie interpretative della relazione tra donne e uomini. La tragedia culturale che raccontano è sofferta in silenzio, il rischio di procedere verso un annullamento totale è vissuto con angosciosa coscienza, ma è tormentato e sottomesso il percorso spontaneo e radicato nella consapevolezza della differenza della donna che non si caratterizza come semplice rivendicazione di uguaglianza tra i sessi. L’immagine che Agata evoca, un sogno da narrare ed esplorare, supplisce a questa coscienza fragilizzata e permette di meditare sul senso del tutto, sulla sofferenza di questa condizione di sofferenza femminile. «In seguito, non più bambina, sognò spesso di trovarsi in cima a una scala, in bilico fra cielo e terra, fra realtà e desiderio di evasione, in fuga da una vita che non aveva certo desiderato in quella forma. E nel sogno nessun muro, nessun albero di fichi, nessuna via di scampo: davanti il vuoto, dietro il vuoto. Ferma sull’ultimo gradino, in attesa… tutta una vita di attese. Davanti il vuoto, dietro il vuoto.» È il conflitto tragico, come direbbe il sociologo Georg Simmel, il conflitto perpetuo e insolubile tra vita e forma, che pone Agata in una realtà sottomessa alle condizioni strutturali di vita delle donne, dove non è ancora possibile costruire un modo di vivere diverso per la donna, e dove tuttavia è in gestazione una nuova forma di esperienza umana femminile.

L’incontro con la scrittura al femminile di Ada Zapperi Zucker sperimenta una mitobiografia delle donne, e degli uomini, confinati nei loro ruoli socialmente precostituiti, raccontando e dilatando, oltre i confini delle vicende realmente vissute, l’itinerario esistenziale e simbolico di anime provate dalla condizione del mondo. Molteplici sono le affinità che ritrovo con quanto scrissi in Biographie et mythobiographie de soi, riconoscendomi in questa conversione di passioni e sentimenti, di vissuti ed esperienze, nel movimento della scrittura che ci parla della relazione del corpo in sofferenza con il corpo sociale, alla ricerca di una conoscenza sulla vita. L’arte della scrittura ha esaudito il desiderio di evocare una parte della memoria familiare dell’autrice, una memoria vissuta e appresa attraverso testimonianze e racconti tramandati, creando un sapere esperienziale ed esistenziale sulle diverse storie umane raccontate. La filiazione simbolica con la Cucchiara, il legame dell’autrice con donna Ciccia, sollecitando una ricerca in relazione all’eredità affettiva, morale e spirituale, risponde al bisogno vitale della persona per risituarsi rispetto alla genealogia familiare. E dunque, la memoria familiare, raccontata attraverso quell’arte della scrittura che ha una funzione creativa ma non di finzione, come ribadirebbe lo scrittore Lee Gutkind, riesce a mettere in luce storie concrete e temi legati all’esistenza umana.

Non si tratta, in definitiva, di un semplice romanzo familiare fondato su un fantasma, su una elaborazione cosciente e fantasiosa, a carattere privato, della storia e delle origini familiari. Se ci interroghiamo, come il sociologo clinico Vincent De Gaulejac, sulle relazioni che tessono le donne e gli uomini fra di loro e con la società, il romanzo familiare acquista una sua particolare valenza, sostenendo una riflessività orientata verso un’osservazione ed una comprensione critica del destino personale e collettivo che restituisce senso alla vita. Quella nota amara nei confronti delle relazioni delle donne fra di loro e con gli uomini, la morte della Cucchiara e il suo mancato tentativo di riconciliare i membri della sua famiglia, ci mostra il lungo percorso che abbiamo ancora davanti, soprattutto quando pensiamo al fenomeno del femminicidio. Restituire senso alla vita, al destino che condividiamo, è a conti fatti una sfida che problematizza l’assunzione di una responsabilità collettiva a partire da quei gesti quotidiani che ci permettono di partecipare a processi di cambiamento negli spazi e nei luoghi della vita sociale e politica, per trasformare il mondo in cui viviamo modificando le rappresentazioni del nostro vivere quotidiano, per comprendere e vivere le nostre soggettività in nuove forme di relazione di genere valorizzando e condividendo le diversità e le differenze tra donne e uomini. L’incontro con la scrittura al femminile ci parla di emozioni umane che costituiscono una forma di conoscenza e attraverso l’immaginazione narrativa, di cui l’autrice si avvale per dare vita a queste emozioni e riconoscerle, si sostiene questa stessa sensibilità e responsabilità verso l’altro e, come osserva Marta Craven Nussbaum nel suo saggio Coltivare l’umanità, possiamo sostenere il bene comune attraverso l’arte della scrittura, sollecitando la facoltà degli individui di concepirsi come esseri umani connessi ad altri esseri umani.

Orazio Maria Valastro