Contributi su aree tematiche differenti
M@gm@ vol.2 n.4 Ottobre-Dicembre 2004
LE FORME DEL FONDO [1]
(Traduzione Paolo Coluccia)
Michel Maffesoli
michel.maffesoli@univ-paris5.fr
Insegna
Sociologia all'Università René Descartes, Paris5-Sorbonne; Direttore
del CEAQ (Centro di Studi sull'Attuale e il Quotidiano, Paris V) e
della rivista Sociétés; Presidente dei Centri europei di Ricerca sull'Immaginario
(GRECO CRI), Francia.
"Io non dischiudo né nascondo ma al contrario faccio vedere" (Eraclito,
fram. 93)
Non è vero che la natura ha paura del vuoto. Forse addirittura si
completa. Il vuoto è anche una modalità dell'essere. È possibile
nidificarvisi, avvolgersi pigramente e, così, proteggersi dall'angoscia
del tempo che passa. Il vuoto delle apparenze è, in alcuni momenti,
una delle forme d'espressione della vita sociale. Oltretutto occorre
saperle riconoscere. Certamente, abbiamo tutti un'esistenza personale,
ma siamo, ugualmente, i rappresentanti, a volte anche le vittime,
di uno "spirito comune", forse anche di un "inconscio collettivo"
che si è costituito di secolo in secolo. E, molto spesso, quando
crediamo di esprimere le nostre idee, siamo soltanto dei portavoce,
comparse di un vasto "theatrum mundi" dalle dimensioni infinite.
Bombardamento di immagini multiformi, spettacolarizzazione di qualsiasi
cosa: dalla politica al pensiero, passando per la religione, l'apparenza
è una realtà inevitabile. Ci si può rammaricare, ma, secondo il
proverbio: "contra factum non valet argumentum". Ed è vero che le
semplici argomentazioni non possono nulla contro i fatti. Occorre
avere il coraggio o, semplicemente, la lucidità di riconoscere ciò
che è come essere il carattere supremo della realtà. È la lezione
corroborante che Eraclito attribuisce al dio di Delfi, che non nasconde
né rinchiude nulla, ma che al contrario fa vedere. Non è la prima
volta che l'immagine occupa tutto lo spazio pubblico. Numerose sono
le civiltà o i momenti storici fondati su quella. Ma nella nostra
tradizione culturale, abbiamo difficoltà a prenderla seriamente.
E resta molto spesso frivola, aneddotica, superficiale. È sufficiente
vedere il sospetto che concerne la tematica dell'immaginario per
rendersene conto. E tuttavia è a questo mondo immaginario che è
opportuno pensare.
Così, di fronte alle illusioni, alle pretese del razionalismo che,
sotto copertura scientifica, pretendono di guidare la società, di
orientarla verso ciò che sarebbe il suo scopo ed il suo bene, rendere
attenzione all'immaginario, alle immagini, al gioco delle apparenze
richiede un passaggio allusivo. Allusione che, oltre alla brutalità
del concetto, in modo morbido, lascia essere le parole e le cose.
Svela le situazioni, i fenomeni, i modi di essere ed i discorsi
che si tengono su di essi. Ritornare alla semplicità fenomenologica
può, così, essere una forma originale di pensare che sia in accordo
con ciò che è vissuto. Certamente, il fenomeno è evanescente, ma
c'è una forma di piacere nel tragico, che ciò non manca d'indurre.
Ci può essere una forma di contatto (reliance) a partire da ciò
che si dà a vedere. Forse, oltretutto, all'opposto della morale,
astratta e generale, è questa la vera etica: l'efflorescenza delle
cose, le immagini comuni che si condividono con altri. Heidegger
ha detto e ripetuto: "Ethos bedeutet Aufenthalt", l'ethos rinvia
allo stare.
Proprio questo è in gioco: un mondo immaginario come luogo d'abitazione,
dimora, alloggio. Il fenomeno come riparo, come rifugio dove confluiscono
le notizie e i sempre vecchi modi di riferirsi al mondo, agli altri
ed alla divinità. Spettacolarità e teatralità come strutture essenziali
di ogni vita sociale [2]. Si trova che il
vuoto (il crogiolo) degli aspetti, il gioco dei fenomeni sono cose
assai sospette nella tradizione culturale occidentale, obnubilate
come sono dal suo sostanzialismo strutturale. Ciò è stato detto
soltanto brevemente, è importante ritornare su questo. Così Georges
Steiner analizza bene la distinzione stabilita da Heidegger tra
l'Essere infinito e l'essere nominale. Quello è inglobante, direi
che è indefinito. Mentre quest'ultimo si particolareggia: si è dio,
un individuo specifico ecc. ... è ciò che funge da fondamento ad
un "ego" distinto e stabile nella sua identità.
È soprattutto questo sostanzialismo che è causa ed effetto del monoteismo.
Dio Uno che funge, metaforicamente, da legittimazione all'Universalismo
della filosofia dei Lumi o alla solidità dell'Istituzione sociale.
Si può, a tale riguardo, fare riferimento a ciò che potrebbe essere
la giustificazione simbolica della struttura istituzionale: "tu
es Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam". Ciò che
fa, precisamente, dire a J. de Maistre: "Occorre essere, per essere
qualcosa" [3]. L'essenza della doxa sociologica
si poggia, in modo incoscio, su tale sostanzialismo, che si basa
sul fatto che si presume che il diritto crei l'esistenza, mentre
è, certamente, l'opposto quello che avviene. Ciò che M. Weber ha
chiamato la "logica del dover-essere" che maschera una buona valutazione
di ciò che esiste concretamente, ogni giorno, è alla base dell'accecamento
stupefacente della conoscenza stabilita (istituzionalizzata) di
fronte alle forme sociali emergenti, di fronte al dinamismo brulicante
dell'esistenza.
C'è un'opposizione, ovvero una contraddizione, tra il pensiero dell'essere
ed il pensiero dell'esistenza. E per attirarvi l'attenzione non
è, forse, inutile fare riferimento alla mistica. In particolare
ad una nozione della Kabala: quella di "contrazione", di "ritiro",
il "Tsimtsum". Negazione da parte di Dio di una parte di se stesso.
Ed in questo vuoto che scava in lui può nidificarsi l'apparire di
una realtà autonoma, quella del mondo, quella dell'uomo. Rinuncia
paradigmatica. È lo spazio vuoto scavato nella sostanza divina che
è il luogo dell'esistenza. Numerosi sono i filosofi moderni o contemporanei:
Schelling, F. Rosenzweig, Habermas, G. Scholem, M.A. Ouaknin, i
quali, ciascuno a suo modo, hanno mostrato la pertinenza di tale
metafora [4]. Per riassumere, basta sottolineare
che il non sostanziale, il vuoto è necessario per comprendere ciò
che è, continuamente, in divenire.
Ciò che è in potenza, avvenimento, tutto ciò che mette l'accento
sull'esperienza o ciò che appare, si fonda, paradossalmente, sul
vuoto. Essere che riposa, in parte, sul non essere. Ontogenesi piuttosto
che ontologia. Prospettiva un po' mistica, certamente, ma che non
è senza concrete conseguenze sociali. Gli eccessi di qualsiasi ordine,
le numerose pratiche a rischio, tutte le effervescenze di cui l'attualità
non è avara, il fascino per il fatto diverso, eterodosso, le ribellioni
giovanili, sono in questo senso, come altrettante espressioni di
questa sete dell'infinito da cui sgorga il corpo sociale. Desiderio
di indefinito, sarebbe più esatto dire, che non si riconosce più
nel "positivo" ufficiale, nella sostanza istituzionale, ma che,
nel suo senso rigoroso, si accorda con l'evanescenza tragica di
tutto, con l'aspetto effimero degli individui, delle parole e delle
cose. Desiderio che, in una parola, riconosce ed accetta "l'insostenibile
leggerezza dell'essere".
Riducendo la "pluralità dei mondi" all'unità sostanziale, la tradizione
moderna, nella sua forma religiosa, oltre che profana o politica,
ha favorito il meccanismo di proiezione e di rappresentazione. Doppia
faccia di una stessa realtà. Si proietta nel futuro la realizzazione
di sé e del mondo. Si costruiscono teorie per legittimare o razionalizzare
tutto ciò. La vera vita è supposta altrove, la storia della salvezza,
quindi la Storia tout court, fungerà da sostegno teorico a tale
riferimento di piacere.
Karl Löwith ha molto insistito sui "presupposti teologici della
filosofia della storia". Sono tutte le teorie dell'emancipazione
e, in modo molto più triviale, tutti i moralismi che distillano,
giorno dopo giorno, queste rappresentazioni, che sono come altrettante
prese di distanza di fronte a questo mondo un po' malfamato, in
ogni caso poco desiderabile [5]. Nella rappresentazione,
il qui-vuoto è misurato con il metro della cosa in sé che, sola,
ha consistenza e stabilità. Per riprendere le categorie filosofiche:
noumeni e fenomeni, si conosce l'ordine delle priorità. Ed i grandi
sistemi rappresentativi, che punteggiarono l'elaborazione del pensiero
moderno (Sant'Agostino, San Tomaso d'Aquino, K. Marx), si preoccupano
di mettere ordine nella disparità anarchica del vissuto. La scolastica
ha paura della vita. Si pone la missione di inculcare, con tutti
i mezzi, tale timore.
C'è, infatti, qualcosa di osceno nei fenomeni e nella loro rappresentazione.
In senso rigorosamente etimologico osceno è la parte che sta davanti
alle scene, che è esposta allo sguardo di tutti. L'oscenità è tanta,
per cui la questione è prendere seriamente i fenomeni. Senza tenere
conto dei clamori e degli odi, la sfida epistemologica è soprattutto
questo: lasciar sembrare in tanto come tale la realtà stessa. Vedere,
far vedere. Descrivere, metaforizzare la pluralità delle forme.
Non è, inevitabilmente, rassicurante, poiché l'ombra ha la sua parte.
Ma se ne può trovare vantaggio, se si vuole sviluppare un pensiero
che accompagni ciò che è, un pensiero che permetta, in qualche modo,
di osservare la dinamica interna di queste "cose" sociali che emergono
con forza, con insolenza, anche con ingenuità.
È questa la sfida della fenomenologia: accordare il fatto di dire
e quello di vedere. Prendere seriamente i fenomeni in quanto tali.
Senza rapportarli ad una causalità estrinseca, che sia quella di
ordine economico, culturale, religioso o politico. Senza essere
particolarmente ironico, c'è nella presentazione un po' contemplativa
del mondo il tipo di sensibilità sviluppato da Descartes quando,
secondo il suo biografo, prese la "risoluzione non di incontrarsi
da nessuna parte come attore, ma di trovarsi ovunque come spettatore
dei ruoli che si giocano in qualsiasi tipo di Stato sul grande teatro
di questo mondo" [6]. Il messaggio è istruttivo
da parte di un importante pensatore della modernità. Dovrebbe indurci
ad assumere lo stesso atteggiamento se vogliamo comprendere ciò
che si tesse nella postmodernità nascente. Per fare un inventario
dei luoghi, non si può non tenere conto di ciò che emerge. Anche
se per ciò occorre sacrificare le opinioni erudite dominanti.
È così che si potrà essere d'accordo con la poesia popolare, con
quest'arte di tutti i giorni con la quale si esprime l'uomo comune.
Quest'ultimo del resto esiste, non si può più estraniare alle rappresentazioni
ufficiali ed essere diffidente di fronte a quelli che ne sono i
detentori ufficiali. L'intellettuale come grande coscienza morale
non è più riconosciuto come tale. Si è tanto contraddetto, anche
se con continue rassicurazioni, che si è totalmente screditato.
Lo statuto del giornalista sta subendo la stessa sorte. "Senza obiettività,
né soggettività" diceva di lui G. Lukacs. Ciò che è certo è che,
essendo troppo marionetta, non può più pretendere d'indicare l'orientamento
che prende una società. E che dire del politico! Nei suoi confronti
il disprezzo si afferma sempre più. Indipendentemente dal suo colore,
appare compromesso in una rete di corruzioni che lo invalidano,
ormai, nella gestione della cosa pubblica. Molto spesso questo sospetto
è obiettivamente non fondato. Ma questo non è il problema. È evidente
il fossato che si è aperto tra il popolo e coloro che sono designati
a rappresentarlo.
Si potrebbero, per gioco, moltiplicare gli esempi in questo senso.
Basta segnalare che sottolineano la saturazione di queste "grandi
teorie" di riferimento elaborate nel XIX secolo. La disaffezione,
in particolare, per ciò che riguarda le giovani generazioni, di
fronte alle istituzioni politiche, sociali, simboliche merita attenzione.
È lo stesso per ciò che riguarda la perdita d'autorità delle élites.
Tutto ciò è sintomatico della crisi della rappresentazione: momento
in cui un corpo sociale non ha più coscienza di ciò che è e, di
conseguenza, non ha più fiducia in ciò che è. Ecco pertanto, ugualmente,
ciò che fa scaturire l'importanza crescente che assumono i fenomeni.
La teatralità quotidiana può essere considerata infatti come una
valorizzazione del presente. Importanza del qui ed ora. Tematica
multiforme del carpe diem. Tutte cose che ridanno forza e vigore
all'esperienza nella sua dimensione creatrice.
Ricordiamo ancora una di queste banalità di fondo, che si dimentica
troppo spesso. Il tempo si esprime attraverso tre modalità specifiche:
passato, presente, futuro. E secondo le epoche è questa o quella
modalità che sarà privilegiata. Così, se si riprende l'espressione
di Schelling: "Le età del mondo", l'eone moderno, cioè l'epoca che
caratterizza la cultura occidentale, la sensibilità con la quale
questa si esprime, mette principalmente l'accento sul futuro, la
Storia. Il processo di rappresentazione: grandi sistemi filosofici,
progetto politico non sono altro che la traduzione di una tale considerazione
del tempo. Dunque saturazione di una tale proiezione e reinvestimento
del presente. Da qui la visione esistenziale che ciò non manca di
provocare. L'esperienza, la poetica, la creazione come altro modo
di esprimere una nuova presenza nel mondo. È ciò la (ri)emergenza
di un "eone" postmoderno, che privilegia l'apparenza, l'immagine,
la poesia. Ciò richiede l'elaborazione di una presentazione teorica.
Presentazione che permetta di comprendere l'importanza del presente
nella nuova presenza nel mondo. Tale potrebbe essere, per riassumere,
la sfida epistemologica con la quale l'intellettuale deve confrontarsi.
Sensibilità teorica che si accorda con l'estetizzazione sempre più
affermata della vita sociale.
A proposito della fotografia, Gilbert Durand nota che il "fatto
di vedere e di dare a vedere è sulla via di una poetica" [7].
Si può estrapolare un principio. Dare a vedere riguarda tutta la
creazione del quotidiano. Questo non è una sotto-cultura misurabile
con il metro del buon gusto borghese, ma possiede una qualità intrinseca.
La fotografia, come arte di massa, i club di pittura, i laboratori
di scrittura, tutte le forme del kitsch, dal pozzo preparato con
pneumatici ai nani di un giardino, tutto ciò testimonia una ricerca
della felicità a partire dalla forma.
È lo stesso della progettazione, dell'architettura, del fai da te,
senza dimenticare il "body building", il tatuaggio ed altre cure
del corpo. L'attenzione portata alle vetrine commerciali e il "packaging"
industriale non sono altro che l'arte di mostrare. E fin'anche lo
stesso pensiero o la stessa religione si mettono in scena. In tutti
questi casi il simulacro non è, come si tende troppo presto a dire,
la forma ultima o "integrata" dell'alienazione. Riprende valore
l'antica funzione del totem intorno al quale la comunità si aggrega.
È ciò che fanno le tribù postmoderne, intorno alle molteplici icone
che punteggiano la vita di tutti i giorni. Per liberarsi dell'atteggiamento
giudicante, tipico del pensiero moderno, non è soltanto una semplice
"posa", bensì un modo di essere più in sintonia con il gioco delle
apparenze sociali. Ciò vale anche per la critica che è, in senso
stretto, una scelta, l'espressione di un'opinione. Oltre o al di
qua dell'opinione, un pensiero radicale deve occuparsi di descrivere
ciò che è. Ciò può sembrare paradossale. Ma c'è nella descrizione
una reale opportunità di afferrare la forza della forma.
Per comprendere tale radicalità, ho proposto, nel quadro di una
conoscenza ordinaria, il neologismo di "formismo". E ciò per fare
emergere che la forma è formante. Che non c'è fondo se non in riferimento
ad un'esteriorità. Che il non-essere della superficie può essere
l'indice di un più-essere esistenziale. Nei confronti dell'Occidente,
è soprattutto ciò su cui insistevano i diversi pensieri orientali.
È soprattutto ciò che l'importanza dell'involucro, in Giappone ad
esempio, sottolinea a suo modo. È soprattutto, infine, ciò che la
rinascita dei rituali, nelle nostre società, rimette al gusto corrente.
Per illustrare questa radicalità della superficie, si può ricordare
la formula di Wittgenstein: "Quando ci rappresentiamo qualcosa,
non osserviamo". E, di rimando, questo detto di Paul Valéry: "Ciò
che penso ostruisce ciò che vedo, e viceversa. Questa relazione
è osservabile" [8]. Si potrebbe proseguire
con una simile antologia di spiriti acuti e non conformisti, che
hanno saputo mostrare l'importanza della modestia dello sguardo
in opposizione alla paranoia del cognitivo.
Necessità di ritornare alla cosa. Qualunque essa sia: oggetto familiare
con il quale si vive in "corrispondenza" magica, affezioni passive
dei molteplici fanatismi o emotività di tutte le effervescenze sociali,
situazioni, eventi della vita di tutti i giorni. Ecco dunque ciò
che qui compone il theatrum mundi nel quale svolgiamo il nostro
ruolo, ecco pertanto questo gioco senza fine dei fenomeni, di cui
non si può negare la realtà. Certamente, la proprietà del fenomeno
è che non è sostanziale. Ma è la sua evanescenza stessa che fa che
lo si viva con più intensità, cosa che gli dà, di fatto, una specie
di "sur-realtà". Il fenomeno spinge alla modestia, per la sua complessità,
o anche per la sua indecisione. È nebuloso e plurale, e non potrebbe
essere "ridotto" all'unità del concetto. Quest'ultimo, l'ho già
mostrato, ha un aspetto paranoico. In un modo che è sospeso su (para
noien) semplifica tutto. P. Valéry parlava della "brutalità del
concetto". Ed è, empiricamente, interessante notare che tutti si
adoperano per fare concetto.
Il pubblicitario fa concetto, la stessa cosa fa lo stilista e il
giornalista. I tecnocrati concettualizzano, i politici anche. L'azione
del lavoratore sociale si vuole disciplinata da un concetto direttivo.
Chi, esprimendo la più piccola parvenza d'idea, non ha la pretesa
di trovare il concetto esplicativo? Anche il metallurgico di Stoccarda
si pone: "Mercedes, ein Begriff"! Qualsiasi "flatus vocis" prende
importanza nella panoplia dell'immediato pensare in modo concettuale.
Per essere stato troppo utilizzato, usato, il processo semplicemente
conoscitivo finisce nel ridicolo. Lasciamo tutti questi concettuali
ai loro giochi puerili! Poiché tutt'altro è il procedimento accarezzante
dell'osservazione. Quella che privilegia l'esperienza esistenziale
del presente. Nelle epoche in cui questa modalità temporale prevale,
occorre sapere utilizzare un'altra qualità intellettuale di lunga
memoria: la prudenza, questa "sophronis" di cui l'antica saggezza
sottolineava l'importanza.
Si può, infatti, raccontare, teorizzare il passato. È abituale prevedere
o profetizzare il futuro. Nei due casi si manipola, a proprio piacimento,
ciò che è stato o ciò che sarà. La proiezione vi svolge un ruolo
importante. Il presente ci richiama a maggior modestia. Come osservava
Schelling: "Il presente è constatato... il constatato è esposto"
[9]. Superba scorciatoia che induce alla
modestia. Formidabile inversione di prospettiva. Non più la pretenziosa,
e dogmatica, "adequatio rei ad intellectus", l'adeguamento delle
cose ai presupposti intellettuali, base di tutto l'intellettualismo
occidentale, base della brutalità progressista e del saccheggio
della natura che ciò ha provocato, ma "adequatio intellectus ad
rem", adattare il pensiero alla cosa stessa.
Inversione di polarità che permetta di scoprire che la verità può
nidificarsi nelle cose: oggetti, situazioni, fenomeni, esperienze,
eventi ecc. ... In questa prospettiva la forma delle apparenze informa
il pensiero. Non c'è più una manipolazione del mondo sociale e naturale,
parte di una "paranoia" esterna: Dio creatore onnipotente, l'Uomo
signore e proprietario della natura, lo Stato demiurgo che sovrasta,
il teorico che confeziona un concetto al fine di produrre ciò che
deve essere la società. Ma tutt'al contrario, un pensiero che si
regola, al massimo, intorno a ciò che è. Una tale traiettoria è,
certamente, più consona con l'interazione sociale. Quella delle
utopie interstiziali, quella delle solidarietà di base, quella delle
ribellioni multiple quotidiane che creano ciò che Hakim Bey chiama
le "zone d'autonomia temporanee".
Ciò che ho chiamato il "presentismo", modalità della temporalità
di cui si può constatare il contagio nelle nostre società, in particolare
nei modi di essere e pensare giovanili, ci richiama alla prudenza.
Il temporaneo, il momento spinge l'osservatore sociale alla modestia
se si vuole ben comprendere la ricchezza che tutto ciò provoca.
Nel corso delle storie umane ci si è già confrontati con tale modestia.
Così il pensiero apofatico. Non tanto l'onnipotenza del logos sovrastante,
ma la descrizione per esclusione. È la mistica che, contro la teologia
dogmatica o razionalista, sviluppa una tale posizione intellettuale.
Di Dio non si può parlare direttamente, ma soltanto dire ciò che
non è. Si affronta così, per esclusione. Là ancora l'idea del vuoto.
Così, ad esempio, Maestro Eckhart, mistico del distacco. Per lui
Dio è inconoscibile o inesprimibile nella sua essenza. Ma si può
comprenderlo nelle sue manifestazioni [10].
La profondità della divinità, reperibile nella sua superficie. Da
qui la necessità delle metafore, delle analogie che possono molto
meglio spiegare questa dialettica fondo-forma, interno-esterno.
Immagini che spiegano le immagini. Fenomenologia poetica, nell'opera
di G. Bachelard, e che si trova nel suo discepolo Gilbert Durand,
e che si preoccupa di elaborare un nuovo spirito scientifico, non
si è più autorizzati a descrivere l'efflorescenza della vitalità
e della teatralità quotidiana. Così il culto del corpo, per esempio,
così come appare nelle riviste specializzate (dietetica, natura,
sport, moda). O ancora lo spettacolo pubblicitario, che si può considerare
come la vera mitologia dell'epoca. Ma anche le parate urbane, quelle
della "passegiata" di tutti i giorni, o quelle, parossistiche, dove
ci si raccoglie, rumorosamente, attorno ad icone aggregative. "Love
parade", "Techno Parade", "Marce dell'orgoglio omosessuale" lo testimoniano
abbastanza.
In tutti questi casi, le figure celebrate non sono oggetti inerti.
Non sono neppure oggetti che permettono la coscienza di sé. Ma molti
fenomeni che hanno un'"irradiazione" (phainesthai) propria. Per
riprendere un'analisi di Heidegger, non si tratta più degli oggetti
di una rappresentazione, ma di una "apparizione" che favorisce la
rappresentazione dell'altro [11]. Una fenomenologia
poetica permette di fare emergere la creazione di tutti i giorni.
Ciò che ho chiamato "un'etica dell'estetica". Oltre il pessimismo
proprio dell'intelligenza moderno, l'irradiazione dei fenomeni è
sulla via di (ri)suscitare nuovi legami sociali che non si potranno
osservare partendo dall'opinione razionalista. L'immagine mette
i sensi in movimento. L'emozionale diventa moneta corrente. Contamina
tutto. Fino ed ivi comprese le grandi adunanze politiche e rivendicative.
Occorre saper prestare attenzione al fatto che i gruppi sociali
sono costituiti dello stesso tessuto dei sogni che li animano. È
ciò che vuol fare emergere una "sociologia figurativa" (P. Tacussel).
Per quanto sia scioccante, e lo è molto spesso, c'è da tempo vitalità
nell'aria. Non serve a nulla barricarsi contro di essa. Ma, al contrario,
accompagnarla, con generosità di spirito. L'immaginario sociale
ha un'autonomia specifica. È in movimento, sfuggente, polimorfo,
ma non meno efficace. E solo un politeismo epistemologico può permettere
di comprendere l'arrivo delle figure intorno alle quali si struttura
il legame sociale.
NOTES
1] Questa tematica sarà sviluppata
nel mio prossimo libro Il ritmo della vita, variazione sull'immaginario
postmoderno da pubblicare nelle edizioni La Table Ronde, Parigi.
2] Sulla relazione teatralità-spettacolarità,
la tesi di A. Biao CeaQ, ed anche il mio libro, M. Maffesoli,
La Conquête du présente (1979), DDB, 2000.
3] J. de Maistre, Du Pape, Parigi,
1861, p.28 Cf. G. Steiner, M. Heidegger, ed. Flammarion, 1987.
4] Cf. S. Mosès, Système e Révélation:
La philosophie de F. Rosenzweig, Bayard, 2003, p.38-39, J.
Habermas, Theorie und Praxis, Berlino, 1967, p.108-161, M.A.
Ouaknin, Tsimtsoum, Albin Michel, 1992, p.32, G. Scholem,
Le Messianisme juif, Parigi, 1974, p. 92.
5] Cf. K. Löwith, Histoire et salut,
Gallimard, 2002. Sulle teorie dell'emancipazione, rinvio al
mio libro precedente, M. Maffesoli, La Part du Diable, (2002),
Champ-Flammarion, 2004.
6] Baillet, La Vie de monsieur Des-Cartes,
New York, G. Olms, 1872, T.1, p.41.
7] G. Durand, Les Structures anthropologiques
de l'imaginaire, Parigi, 1969, p.476. Sul kitsch, Cf. A. Talpe,
Kitsch, ou l'idéologie du bonheur, Parigi, 1971, e M. Schelling,
Les Âges du monde, Parigi, 1949.
8] P. Valéry, Oeuvres complétes, Pléiade,
1974, volume 1, p.795, e L. Wittgenstein, Werkausgabe, Suhrkamp,
Frankfurt, 1984, volume 8, p.420 § 621. Sul "formismo" rinvio
al capitolo del mio libro, M. Maffesoli, Connaissance ordinaire,
Parigi, 1985. Cf. anche, P. Watier, G. Simmel, Circé, 2003.
9] F.W. Schelling, Les Âges du monde,
trad. S. Jankélévitch, op. cit., p.9.
10] Cf. B. Beyer de Ryke, Maître Eckhart,
Bruxelles, Ousia, 2000, p.75. Cf. aussi G. Durand, Structure,
Eranôs, Paris, La Table ronde, 2003. Et aussi G. Vattimo.
11] Cf. M. Heidegger, Acheminements
vers la parole, Gallimard, 1976, p.123-124. Sulla sociologia
figurativa, cf. P. Tacussel.
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